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La convivenza tra popoli che vorrei
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Alcuni giorni fa sono stata invitata dalla Fondazione Marzotto e DM Eventi a “colorare” con la mia voce, la mia musica e la mia danza l’evento LA CONVIVENZA TRA POPOLI CHE VORREI: la giornata conclusiva di mesi di lavoro che hanno visto protagonisti i ragazzi delle scuole primarie, secondarie e superiori, impegnati sul tema attraverso esperienze ed elaborati diversi. Il nostro futuro sono loro. E ben vengano le borse di studio, i premi, i concorsi a tema, ma soprattutto le scuole che invitano un Imam, che organizzano gite a Lampedusa, che aprono occhi e testa di questi ragazzi, insegnando un pensiero critico e consapevole. Evviva le maestre illuminate!
Io c’ero. Grata per ciò che il mio lavoro mi permette di condividere

WP_20170918_004Onorata per la proposta e sentendo la responsabilità per l’incarico ricevuto, mi sono chiesta cosa potevo dire ancora a questi ragazzi? cosa potevo dire senza sembrare banale o superficiale? Essere sincera. Parlare di me e della mia esperienza. Non sono un’antropologa né un’etnologa, eppure ancora una volta vengo chiamata come figura ponte in un contesto in cui si parla di multiculturalità, di meticciato, di accoglienza, probabilmente proprio perchè i miei linguaggi artistici possono arrivare più lontano e risultare più efficaci di tante parole. E non potevo certo non farmi accompagnare da chi mi ha aperto in qualche modo la strada tanti anni fa, da chi mi insegna ogni giorno, da chi appoggia incondizionatamente e con fiducia ogni mio progetto azzardato, nella vita quanto nel lavoro: DAOUDA DIABATE.

“Ci sono 3 verità. La mia verità, la tua verità e LA verità.
La verità non appartiene a nessuno. Sta nel mezzo e appartiene solo a Dio.
Rappresenta la luce totale e per questo è simbolizzata dalla luna piena (…)
La mia verità, come la tua verità, non sono che delle parti della verità. Sono degli spicchi di luna situati da una parte e dall’altra del cerchio perfetto della luna piena. E quando discutiamo e ascoltiamo solo noi stessi, solo le nostre ragioni, i nostri spicchi di luna si danno la schiena. E più discutiamo, più ci allontaniamo dal poter capire la verità.
Dobbiamo allora guardarci, prendere coscienza che l’altro esiste e cominciare ad ascoltarlo.
I nostri due spicchi di luna saranno allora rivolti l’uno verso l’altro, a poco a poco si avvicineranno e finalmente si incontreranno nel cerchio perfetto della verità” (Hamadou Hampaté Ba).

Mio marito viene dal Mali. E’arrivato in Italia come rifugiato dopo aver viaggiato in moltissimi Paesi : Togo, Ghana, Nigeria, Burkina Faso, Guinea, Algeria, Libia.
Gli ho chiesto cosa rappresenti per lui la convivenza tra popoli : “La cosa più semplice…che è anche la più difficile ” mi ha risposto ” Accettarsi. Avere la voglia di conoscersi. Avvicinarsi e aprirsi”
E’ incredibilmente lo stesso pensiero espresso da Hamadou Hampaté Ba attraverso il suo famoso racconto sulle fasi della luna, tramandato da generazioni nella tradizione Peul.
Rifletto…Certo sembra facile, ma non lo è affatto.

21765502_10157245109057228_292671393292307036_o“Deve esserci un fondo su cui potere cucire queste complesse relazioni. Una trapunta a riquadri non è la storia dei vari pezzi di stoffa di cui è fatta. E’la loro combinazione, un nuovo tessuto che dà colore e calore ”
Non siamo tuti uguali. Le differenze ci sono e sono belle. Sono una ricchezza. La convivenza non è integrazione o meticciato. E’ un incontro. E’curiosità
Penso ancora all’Africa, ai suoi colori, ai suoi paesaggi e ai suoi grandi alberi secolari…guardo a noi cosi, come fossimo dei baobab…”le radici di ognuno di noi non sprofondano solo nelle origini, con la pretesa di purezza, di restare integri, ma dovrebbero allargarsi anche in superficie, ad incontrare altre radici, ad intrecciarsi”

20232297_10157076110207228_4654309410890882381_oMentre io chiudo il mio discorso Daouda entra dal fondo della sala suonando il tamanì, appunto la percussione che annunciava l’arrivo dei personaggi importanti o delle comunicazioni per l’intero villaggio. Come a rispondergli, dal palco introduco il canto tradizionale, lasciando immagini, tesoro della mia recente estate trascorsa nella missione di Saaba.
In Burkina Faso – il Paese degli Uomini Integri – convivono pacificamente più di 60 etnie, in un grande esempio di tolleranza e apertura.
Possiamo essere come frutti del mango, con diverse sfumature e colori ma tutti sullo stesso albero?  Possiamo essere come i fili d’erba, numerosissimi ma tutti sotto l’ombra dello stesso albero?
Cosi recita questo canto tradizionale, che le giovani donne cantano nelle notti di luna piena, celebrando la condivisione e l’inclusione.A few days ago, Fondazione Marzotto and DM Eventi invited me to “color” the event LA CONVIVENZA TRA POPOLI CHE VORREI (The Coexistence among Peoples That I Want) with my voice, my music and my dance. It was the last day after months of work, whose protagonists were primary school, middle school and high school students, who focused on the topic through different experiences and compositions. They are our future. I welcome the scholarships, the prizes, the contests, but most of all, the schools that invite an Imam and organize trips to Lampedusa, schools that open up these young students’ eyes and minds, teaching them awareness and critical thinking. Props to enlightened teachers!

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I was there. Grateful for what I have the opportunity to share thanks to my job.

Honored for the invitation and feeling the responsibility of this task, I asked myself: “What else could I possibly tell these young people? What could I tell them without sounding banal or superficial?” I could be honest. I could talk about me and my experience. Even if I’m not an anthropologist or an ethnologist, I once again have been called to create a bridge in a context where multiculturalism, miscegenation and hospitality are the main topics. This is probably due to the fact that my artistic languages can go further and be more effective than words. I surely couldn’t go there without the person who paved the way for me many years ago, who teaches me new things every day, who supports me unconditionally and faithfully in every risky project I undertake, both in life and work: DAOUDA DIABATE.

“There are 3 truths. My truth, your truth and THE truth.

The truth doesn’t belong to anyone. It’s in the middle and belongs to God only.

It represents total light and is therefore symbolized by the full moon (…)

My truth and your truth are but parts of the truth. They are slices of moon, one on one side and one on the other side of the full moon’s perfect circle. And when we argue and listen only to ourselves, to our reasons, our moon slices face away from each other. And the more we argue, the further we get from understanding the truth.

So we have to look at each other, become aware of the other part’s existence and start to listen.

Our moon slices will be looking at each other’s faces, they will gradually get closer and finally meet in the perfect circle of the truth.” (Amadou Hampâté Bâ)

My husband comes from Mali. He arrived in Italy as a refugee after having travelled to many places: Togo, Ghana, Nigeria, Burkina Faso, Guinea, Algeria, Libya.

I asked him what coexistence among peoples means to him: “The easiest thing…which is also the most difficult.” he told me, “Accepting one another. Wanting to get to know each other. Getting closer and opening up.”

Incredibly, that’s the same thought Amadou Hampâté Bâ expressed in his famous tale about moon phases.

I ponder…it surely seems easy, but it isn’t at all.

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“There has to be a basis on which we can sew these complex relationships. A patchwork quilt is not the story of the different pieces of cloth it’s made of. It is their combination, a new fabric that gives color and warmth.”

We are not all the same. There are differences and they are beautiful. They are a treasure. Coexistence is not integration or miscegenation. It is a meeting point. It is curiosity

I think about Africa again, its colors, its landscapes and its big centuries-old trees…I look at us the same way, as if we were baobabs… “Our roots do not sink down just to our origins, claiming purity, integrity, but they should find their way up to the surface, to meet other roots, to intertwine.”

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As I end my speech, Daouda comes in from the bottom of the room playing the tamanì, the percussion instrument used to announce important people’s entrance or to communicate news to the whole village. I respond introducing the traditional song from the stage, leaving images, treasure of the Summer I spent in Saaba during my mission trip.

More than 60 different ethnic groups pacifically coexist in Burkina Faso – Land of Honorable Men – setting a great example of tolerance and openness.

Can we be like mangoes, with different shades and colors but all on the same tree? Can we be like leaves of grass, numerous but all under the shadow of the same tree?

So goes this traditional song, sung by young women during full moon nights, celebrating sharing and integration.

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